^ The Future is Now ^

Questa è l’ Italia che vogliamo?

Uno di noi scrive…

“L’altro giorno parlando con mio padre del futuro, facevo notare che nonostante i tanti curriculum che ho inviato non c’è prospettiva. Nei siti web al 99% sono truffe e il restante 1% non si può chiamare LAVORO quello che offrono. Ho espresso la mia tristezza nel notare che dopo 11 anni di lavoro in negozio e una notevole esperienza, non trovo un lavoro simile. La risposta di mio padre, 62 anni, che lavora onestamente da una vita, dalle 9 di mattina alle 8 di sera, spesso tirando fin dopo mezzanotte “Si figlio, è proprio così… è un casino…VI ABBIAMO PROPRIO LASCIATO UN MONDO PEGGIORE, A VOI GIOVANI…”. Testuali parole di mo padre, che da una vita si fa un mazzo così. Ripensandoci a distanza di pochi giorni capisco quanto male gli ha inculcato il sistema nell’anima, per spingerlo a ritenersi responsabile delle mie difficoltà.” Orlando Furioso …..

 Fonte blog Beppe Grillo, clicca qui per visitarlo


L’ Italia dei “disagi” :

L’Italia al gelo, neve da Nord a Sud… Odissea treno fermo: in 600 isolati

L’Italia continua ad essere in queste ore sotto “la morsa” di neve, vento, gelo e pioggia. E, dopo il bambino di un anno, morto ieri sera a Siracusa, oggi il bilancio dei morti si aggrava: un pensionato di 76 anni che stava spalando la neve per liberare l’auto a Parma, è morto colpito da un malore. In serie condizioni è anche un’altra persona che ha avuto un malore mentre spalava la neve davanti casa nel Bolognese.
Sempre nel Bolognese, dopo una sbandata causata dal ghiaccio o da un malore, un’auto è finita dentro ad un bar ed è morto un sessantaquattrenne. E un marinaio, un nostromo filippino, morto dopo essere caduto in mare da una nave battente bandiera panamense, a dieci miglia dal porto di Ravenna. Forti le difficoltà del trasporto ferroviario: alcuni treni, a causa del ghiaccio sui binari, hanno registrato ritardi fino a 90 minuti mentre altri sono stati soppressi. L’aeroporto di Bologna è stato chiuso. A causa della neve sono state rinviate le partite Atalanta-Genoa, Bologna-Fiorentina e Siena-Catania.
Ma l’odissea di giornata è stata quella che hanno vissuto i passeggeri dell’Intercity 615 Bologna-Taranto. In seicento sono rimasti fermi per sette ore in mezzo a una campagna innevata venuta fuori da una pagina di Tolstoj. Molti in piedi o seduti nei corridoi perché la linea Bologna-Rimini è quella che ha subito il maggior numero di cancellazioni. E molti pendolari sono saliti su uno dei pochi treni sicuri, un treno che poco dopo pranzo stava partendo. Doveva arrivare a Taranto, non arriverà mai a Cesena. Dopo sette ore di voci che si rincorrevano e social network che rumoreggiavano, il treno è tornato sui suoi passi, invertendo marcia e fermandosi a Forlì. Le peripezie dell’Intercity 615 Bologna-Taranto erano iniziate alle 14.40.
Il treno si era fermato nella campagna romagnola, tra le stazioni di Forlì e Cesena. All’inizio era sembrata una sosta come le altre, in una giornata complessa per il trasporto ferroviario (e non solo) lungo un’Emilia-Romagna svegliatasi sotto un muro di neve. Poi i minuti sono diventati ore e le temperatura nei vagoni hanno iniziato ad abbassarsi. Fuori, ancora, la neve. Tutto fermo. Il cavo elettrico con cui si alimenta il treno, si è gelato, impedendo al locomotore di andare. Ne deve arrivare un altro. Ma un’altra motrice (sempre elettrica) non è riuscita a raggiungere l’Intercity, bloccata da un problema simile non lontano dal luogo del guasto. Nel frattempo, mentre la protezione civile si preparava a un piano B molto complicato, (raccogliere tutti i passeggeri con degli autobus – 600 dicono le fonti ufficiali, ancora di più sostiene la vox populi dei viaggiatori) e i social network iniziavano a raccontare quello che succedeva, una seconda motrice – questa volte diesel – è partita da Bologna.
Le ore continuano a passare e su Twitter, alle voci dei passeggeri si sono andate via via aggiungendo quelle di chi, dalle proprie scrivanie, iniziava a solidarizzare (quando ancora il treno è bloccato arriva anche una nota del Codacons che annuncia azioni legali a tutela dei passeggeri). «No qui è il delirio – ha scritto MuseCom – c’è gente seduta per terra da 4 ore. Il treno ha raccolto i pendolari e c’è 4 volte il n. delle persone, aiuto». MuseCOM, alias di Nicoletta Polliotto, che raggiunta telefonicamente, ha raccontato di una «una situazione claustrofobica, ore fermi senza poter uscire. Alcuni ragazzi stanno diventando irrequieti». Dall’altro lato dei Social Network tante le voci critiche per Trenitalia «che non poteva non prevedere eventualità come queste». Per fortuna, dopo gli ultimi problemi tecnici (i freni erano congelati: il personale li ha sbloccati manualmente in ogni singola vettura), il treno è ripartito. O meglio, è tornato indietro. A Forlì, ad accogliere i viaggiatori, acqua e un panino. Per chi continua, un nuovo treno. Per tutti, un pò di sollievo dopo ore da incubo.

Monti e il posto “fisso” :

Un lapsus, che lo stesso Mario Monti definisce «involontario», lo fa inciampare mentre parla del patto di bilancio appena firmato in Europa. «L’accordo consentirà alla banca centrale tedesca di sentirsi più rilassata…». Subito si corregge «volevo dire la Banca centrale europea». Qualche tempo fa la Süddeutsche Zeitung lo aveva perfino nominato “il genero tedesco ideale” ma ieri il premier si accorge in un secondo della gaffe fatta e torna subito al cuore del suo messaggio. Che riguarda, appunto, lo spread tra i Bund tedeschi e i nostri titoli di Stato da qualche giorno in piacevole discesa. «Deve scendere ancora e scenderà, dobbiamo aspettarci che la tendenza sarà decrescente: dai massimi di novembre siamo già a 200 punti in meno». Insomma, ecco i primi risultati del Governo tecnico chiamato in campo per spegnere l’incendio dell’inaffidabilità italiana ma resta l’incertezza sul lungo termine. Parla prima al Tg5 Monti e poi, più lungamente, a Matrix e il suo messaggio è un misto tra ottimismo e avvertimenti. «Se prevarranno le resistenze corporative, gli italiani sappiano che i tassi di interesse ritorneranno verso l’alto: allora sarebbe meglio che studiassimo il greco ma non quello antico, quello moderno». L’incubo della Grecia resta e resta soprattutto ora che comincia la fase delle riforme, dei cambiamenti sulla pelle degli italiani.
Dopo le liberalizzazioni tocca al lavoro, a quell’articolo 18 che il premier dice «non è un tabù» e che tratta con estremo pragmatismo perché «può essere pernicioso per lo sviluppo in certi contesti e abbastanza accettabile in altri contesti». Dunque, concretezza in quel dialogo con i sindacati che deve avere i tempi di «un’Italia europea». Ma la novità di Monti non è il messaggio che manda ai sindacati o alle imprese. No, è il messaggio che invia ai giovani. «L’idea di un posto fisso per tutta la vita? Che monotonia!». E ancora: «I giovani dovranno abituarsi all’idea che non l’avranno». C’è da scommettere che su questa «monotonia» si scateneranno le polemiche anche perché lui così scavalca il linguaggio politichese e sindacalese e arriva dritto al punto mettendo in discussione tutto un modo di ragionare che forse già non appartiene più alle giovani generazioni. Così come afferra il centro della trattativa in corso: «Ridurre il terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi è già dentro e chi fa fatica a entrare o entra in condizioni precarie».
Intanto è già andato il pacchetto liberalizzazioni e anche se gli preferisce la parola «concorrenza» il premier fa sapere di aver sfidato i poteri forti «toccando l’Eni» e giustifica poi l’aumento della benzina perché ha consentito di «proteggere dall’inflazione le fasce più basse delle pensioni». Molto è stato fatto in casa, molto anche fuori casa e l’altro obiettivo che Monti celebra è il ritorno del nostro Paese sulla ribalta europea grazie al quale «gli italiani stanno recuperando patriottismo». I negoziati a Bruxelles sul fiscal compact si sono appena chiusi – e proprio ieri Vittorio Grilli ha detto che «l’Italia si riconosce in quelle regole» – ma il Professore sottolinea di aver ottenuto di «non appesantire le condizioni del graduale rientro dal debito pubblico italiano» e soprattutto di aver messo agli atti che «la crescita non sarà più un omaggio verbale ma il cuore della politica europea dei prossimi mesi». Dunque, forse ci saranno meno diktat e rigidità sulla strada che va da Berlino a Bruxelles anche se lui dice di non sognarsi di «bacchettare la Merkel». La domanda però resta. Perché il rigore finanziario e il piano di rientro dal nostro debito pubblico pesa come un macigno sulla via dello sviluppo italiano. «Sono impegni severi ma non impossibili da realizzare se saremo capaci di tornare a crescere». Ad alleggerire lo stock di debito non saranno però le privatizzazioni che sono «una delle possibilità» ma è la «valorizzazione del capitale umano» la scommessa.
Il menù del Governo include – obbligatoriamente – anche il confronto con i partiti che lo sostengono: i malumori del Pdl e invece il sostegno di Silvio Berlusconi erano i due piatti della giornata politica di ieri. «Trovo che i malumori siano normali da una parte politica che non è più al governo ma trovo che l’appoggio di Berlusconi sia fondamentale – come quello del Pd e Terzo polo – ma venendo da chi era premier è particolarmente significativo anche perché dà un senso di continuità». Il problema è la strada ancora da fare e le aspettative che i mercati e l’Europa non smettono di avere sull’Italia. Il premier fa notare come i rendimenti sui titoli a breve scadenza siano scesi «proprio perché sono rimasti ben impressionati dal lavoro del Governo mentre ci si interroga su cosa accadrà dopo visto che a primavera 2013 non ci saremo più noi». Ecco, resta lo spread sui titoli a lungo termine perché «gli osservatori si interrogano su quello che succederà più avanti».
È «scontato» che lui alle prossime elezioni non ci sarà. «Sarò ancora vivo, spero, ma senza le responsabilità attuali». E anche se il suo Governo che starà alla larga da «legge elettorale e dalle questioni etiche» è pronto a offrire una “parentesi” ai partiti per ritrovare un’armonia che sarebbe «rasserenante» per i mercati. Ricorda, infine, che fu grazie a Berlusconi che nel ’94 si avvicinò alla cosa pubblica perché lo nominò commissario europeo preferendo quell’incarico a «un posto nel cda Rai». Guarda caso proprio la Rai, prossima spinosa questione da risolvere.

Alziamo la testa, tutti insieme, giovani e meno giovani, cominciamo a lottare seriamente per un Italia diversa…

Lo Staff.

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